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Sindone… o Gioconda? {0}

I presunti misteri e le leggende più strane sulla Sacra Sindone sono i più vari e strani. E’ un po’ datato come articolo (13 ottobre 2009), ma dal momento che siamo dentro ai giorni dell’Ostensione della Sindona a Torino, proponiamo questo articolo tratto da Sussidiario.net nel quale vengono simpaticamente descritte, e smontate, alcune teorie strane sul’origine della Sindone.

L’articolo è scritto dal professor Bruno Barberis, uno dei massimi esperti di sindonologia.

Barberis: da Leonardo da Vinci al Cicap, tutte le frottole sul sudario di Torino

Ci risiamo, ormai è un ritornello che si ripete regolarmente. Ogni volta che viene indetta un’ostensione della Sindone assistiamo, nei mesi che la precedono, ad una serie di scoperte presentate come sensazionali che dimostrerebbero che la Sindone è un falso realizzato con le tecniche più svariate, ovviamente in epoca medioevale.

Il 10 aprile 2010 avrà inizio una nuova ostensione della Sindone e già all’inizio dell’estate è giunta dagli Stati Uniti la notizia che la Sindone sarebbe l’autoritratto di Leonardo realizzato dal genio toscano in una vera e propria camera oscura utilizzando un busto con le proprie fattezze che avrebbe lasciato l’impronta su di un telo trattato con chiara d’uovo e gelatina: in pratica l’invenzione della fotografia sarebbe da far retrocedere di quasi 400 anni. E fino ad ora non ne sapevamo nulla. A questa ipotesi se ne è immediatamente aggiunta un’altra (in realtà proposta già da tempo) che sostiene che l’immagine della Sindone è facilmente realizzabile con un pirografo. Una trentina di anni fa un medico barese affermò di essere riuscito ad ottenere un’impronta simile a quella della Sindone sfruttando l’energia termica generata da un bassorilievo riscaldato. E si potrebbe proseguire a lungo con l’elenco di tali teorie.

Ora è la volta di un chimico pavese che, secondo le notizie riportate da alcuni quotidiani, sostiene di aver realizzato anche lui un’impronta identica a quella della Sindone usando come matrici il corpo di un suo assistente e un calco in gesso e utilizzando ocra rossiccia, tempera liquida, acido solforico e alluminato di cobalto.

Non ho nessun motivo per dubitare della cura e della professionalità con cui tali manufatti sono stati realizzati, ma nutro forti perplessità che possano essere seriamente messi a confronto con la Sindone e la sua immagine. Non è sufficiente ottenere un’immagine che ad un esame visivo appaia simile a quella presente sulla Sindone. Forse fino ad alcuni decenni fa sarebbe stato sufficiente, oggi non più.

L’immagine della Sindone e le cosiddette “macchie ematiche” visibili sul telo sono state studiate in modo approfondito soprattutto in seguito alla campagna di raccolta di dati e di campioni effettuata sulla Sindone dall’8 al 13 ottobre 1978. I risultati dell’analisi di tali dati sono stati resi noti dagli scienziati che parteciparono alla ricerca in decine di articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali. In particolare gli scienziati statunitensi appartenenti allo STURP (Shroud of Turin Research Project) effettuarono una serie di esami (spettroscopia nel visibile e nell’ultravioletto per riflettanza e per fluorescenza, spettroscopia ai raggi X e IR, spettroscopia di massa, termografia infrarossa, radiografia, ecc.) sia sulle zone interessate dall’immagine sia sulle zone ematiche, accertando l’assoluta mancanza sul lenzuolo di pigmenti e coloranti e dimostrando inoltre che l’immagine corporea è assente al di sotto delle macchie ematiche (e dunque si è formata successivamente ad esse) e che è dovuta ad un’ossidazione-disidratazione della cellulosa delle fibre superficiali del tessuto con formazione di gruppi carbonilici coniugati. Tale alterazione è rilevabile solo superficialmente per una profondità di circa 40 micrometri (ossia 4 centesimi di millimetro). È stato inoltre dimostrato che la colorazione delle fibre nelle zone dell’immagine è uniforme e le variazioni di intensità dell’immagine sono dovute al numero di fibre colorate per unità di superficie. Nelle zone ematiche è stata evidenziata la presenza di anelli porfirinici e le stesse zone hanno dato luogo a reazioni di immunofluorescenza tipiche del sangue umano di gruppo AB. E molte altre ancora sono le caratteristiche dell’immagine evidenziate dalle analisi effettuate dopo gli esami del 1978.

È pertanto evidente che per poter affermare di aver ottenuto (non importa con quale tecnica o metodo) un’immagine identica a quella sindonica è indispensabile effettuare su di essa le stesse analisi fatte sulla Sindone ed ottenere tutti gli stessi identici risultati. Invito pertanto coloro che intendono cimentarsi con tali esperimenti a effettuare sulle immagini da loro ottenute tali analisi, pubblicando su riviste scientifiche i relativi risultati.

Mi risulta che fino ad ora tutte le teorie proposte, pur interessanti di per sé, sono sempre risultate carenti o perché non sono state correlate da verifiche sperimentali serie o perché tali verifiche hanno evidenziato sulle immagini ottenute caratteristiche fisico-chimiche molto diverse da quelle possedute dall’immagine sindonica.

Bruno Barberis

I misteri della Sindone {0}

Il professor Giulio Fanti, docente di misure meccaniche e termiche all’università di Padova è convinto dell’inattendibilità della datazione al radiocarbonio effettuata nel 1988 sulla Sindone di Torino.

Intervista su Voyager del 2008

India: assassinato un sacerdote a Mumbai {0}

Nell’anno sacerdotale, una vita consacrata dedicata ai fratelli, spezzata dalla violenza umana.

Padre Peter Bombacha gestiva una casa per il recupero degli alcolisti

NUOVA DELHI, giovedì, 29 aprile 2010 (ZENIT.org).- Padre Peter Bombacha, che avrebbe presto compiuto 74 anni, è stato assassinato questa notte a Baboola, a un chilometro dalla casa del Vescovo di Vasai, un’antica città situata nel nord-ovest dell’India.

Le cause dell’omicidio sono ancora ignote. Il Vescovo di Vasai, monsignor Felix Machado, ha detto all’agenzia AsiaNews che il sacerdote era un uomo “pieno di fede, che serviva la Chiesa e la popolazione senza discriminazione di caste o di credo; si dimenticava di sé per servire i più poveri e gli abbandonati”.

“Noi sacerdoti abbiamo già offerto la nostra vita nel giorno dell’ordinazione”, ha detto il presule a Fides. “La nostra vita non ci appartiene, ma è di Dio. Padre Peter oggi è stato accolto dal Signore e dalla Madonna degli Abbandonati (Our Lady of Forsaken), cui era tanto devoto”.

“La comunità è sotto shock”, ha aggiunto monsignor Machado. Padre Peter attualmente gestiva una casa di recupero per alcolisti che egli stesso aveva creato. Contava sulla collaborazione di molti laici e sulla stima dei fedeli.

Il Vescovo ha detto di non credere che gli autori materiali di questo omicidio siano gruppi fondamentalisti indù: “Prima di tutto perché in questa zona non ve ne sono. Anzi, le relazioni con la comunità indù sul territorio sono ottime”.

Molti fedeli si sono recati sul luogo per manifestare indignazione e solidarietà. Le esequie si svolgeranno questo giovedì. Si pensa che vi prenderanno parte circa 10.000 persone.

 Tratto da Zenit.org

La teoria della scimmia antenata lascia un po’ a desiderare {0}

E’ recentemente uscito un libro “Gli errori di Darwin” di Fodor e Piattelli Palmarini.

Ciò che sorprende di più è la messa in discussione della teoria da parte di due studiosi dichiaratamente atei. Fodor in particolare è un allievo di Chomsky.

Pubblichiamo un interessantissimo articolo di Nicoletta Tiliacos apparso su il foglio.
Anticipiamo che il libro, sebbene ignorato in Italia, ha suscitato grandi polemiche negli Stati Uniti, polarizzando l’aggressività degli intellettuali darwinisti contro l’uso della ragione e del metodo scientifico nella verifica della teoria evoluzionista.

Intervista a Piattelli Palmarini
Rassegna stampa estera sul libro

Ciao Darwin. Perché la selezione naturale non spiega nemmeno l’evoluzione

Il loro libro, uscito a febbraio in America e in arrivo a metà aprile in Italia (si intitola “Gli errori di Darwin” ed è edito da Feltrinelli) promette di portare nuove fascine al fuoco delle polemiche che animano il dibattito sull’evoluzionismo.
Loro sono Jerry Fodor, filosofo del linguaggio e cognitivista cresciuto alla scuola di Noam Chomsky, e Massimo Piattelli-Palmarini, biofisico e scienziato cognitivo dell’Università dell’Arizona. Insieme, in duecentocinquanta pagine, spiegano perché il principio darwiniano di selezione naturale come causa dell’evoluzione sia da considerare archeologia, e perché l’ostinazione neodarwinista a volerlo salvare faccia male alla scienza. “La nostra critica – dice al Foglio Piattelli-Palmarini – è totalmente laica e lontana da risonanze creazioniste o legate al ‘disegno intelligente’. E’ una critica fatta in nome di una scienza migliore, di una spiegazione dell’evoluzione biologica interamente naturalistica”. Una critica che però non dimentica, scrivono gli autori, che “in realtà, non sappiamo molto bene come funzioni l’evoluzione; non lo sapeva neanche Darwin, e non lo sa esattamente (per quel che possiamo stabilire) nessun altro. ‘Sono necessarie ulteriori ricerche’, come si usa dire. Può darsi che siano necessari secoli di ulteriori ricerche”.

Per ora, a centocinquant’anni dalla formulazione del principio della selezione naturale come causa dell’evoluzione, “Gli errori di Darwin” lo mette radicalmente in discussione. Non si tratta più, come ha scritto sul Corriere della Sera il darwinista Telmo Pievani, di formulare una “teoria evoluzionistica estesa”, ma di “un vero capovolgimento”, spiega Piattelli-Palmarini: “E’ Pievani, insieme con un illustre evoluzionista italiano che insegna in America, Massimo Pigliucci, a invocare una teoria darwiniana ‘estesa’. Per quanto riguarda Fodor e me, ci sembra che l’estensione sia tale da escludere che la teoria possa ancora dirsi darwiniana. La selezione naturale esiste, ma non è il meccanismo che genera specie nuove. Nel libro diciamo che la selezione è l’accordatore del pianoforte, non il compositore di sinfonie”. Detto questo, “Darwin era uno dei più grandi scienziati di ogni tempo, e geniale è la sua idea di selezione naturale. Ma, ripeto, non è il meccanismo dell’evoluzione e non è nemmeno il più importante. Non diciamo che ogni spiegazione che si basi sull’adattamento sia sbagliata. Ce ne sono di giuste, perché si appoggiano anche a considerazioni di genetica, di biochimica, di embriologia”.
Basta e avanza, per offendere l’ortodossia ultradarwinista di personaggi come Richard Dawkins, Steven Pinker, Daniel Dennett, impegnati a chiedere di scegliere tra Dio e Darwin. Piattelli-Palmarini e Fodor scrivono che, da atei, non sono “affatto convinti che queste due opzioni esauriscano tutte quelle possibili”. Ma il loro libro si occupa di altro: “Noi critichiamo l’idea che la selezione naturale sia considerata ‘la’ legge della biologia – dice Piattelli-Palmarini – e non pensiamo che in biologia una legge unica e universale debba per forza esistere”.

“Gli errori di Darwin” si apre con la rassegna di duecentoquaranta lavori pubblicati sulle più importanti riviste di biologia del mondo: “Vi sono riportati dati, fatti, meccanismi alieni dalla selezione naturale. Dall’uscita del libro in America, si sono aggiunti (ne diamo conto nell’edizione italiana) altri lavori di illustri biologi che vanno nello stesso senso. Molti, va detto, continuano a dirsi neodarwiniani perché non traggono tutte le conseguenze. Altri sono invece espliciti critici del neodarwinismo, e considerano morta la stessa ‘nuova sintesi’, che dagli anni Cinquanta mette insieme teoria della selezione naturale e genetica”.
Il libro di Fodor e Piattelli-Palmarini ha già incassato recensioni lusinghiere, oltre a critiche severe, come quella di Pigliucci su Nature. Piattelli-Palmarini non si nasconde che “la teoria della selezione naturale è stata ed è una bandiera di razionalità e di scientificità. Il mio coautore, Jerry Fodor, ha tenuto lo scorso anno una conferenza su questi temi a Londra. Un signore anziano si è alzato dalla platea e lo ha rimproverato: queste cose non vanno dette e scritte, perché i creazionisti se ne sarebbero approfittati. ‘Anche se sono vere?’, gli ha chiesto Fodor. ‘Soprattutto se sono vere’, è stata la risposta”.

Pianto greco {0}

CRAC GRECIA. Forte: ecco perché aiutare Atene è sbagliato

Non può sfuggire ai nostri occhi la situazione di crisi nella quale ci troviamo, e nella quale si trova in maniera sempre più irreversibile un Paese vicino a noi come la Grecia. Qule può essere la soluzione da intraprendere? E’ giusto o no aiutare una Nazione che fa parte del nostro stesso sistema economico? Di primo acchitto verrebbe spontaneo dire che sì, non si può fare a meno di aiutare la Grecia, vuoi per motivi solidarisitici, ma vuoi anche perché la Grecia fa parte del’euro, e di conseguenza il suo andamento economico sia destinato a condizionare il valore della nostra moneta. La risposta non è indubbiamente facile.

 

Questa intervista all’economista Francesco Forte, tratta da Ilsussidiario.net, pur se presentata con un titolo che subito può non trovarci d’accordo, può aiutarci a comprendere la situazione attuale dello stato ellenico.

La crisi greca sembra vicina a una svolta. Ieri, infatti, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha detto che i negoziati per un prestito alla Grecia vanno accelerati. La Germania sembra inoltre pronta a varare un piano di aiuti per un ammontare superiore ai 100 miliardi di euro in tre anni e nell’immediato si appresta a concedere un prestito di 8,4 miliardi di euro ad Atene. Questo sembra però non tranquillizzare i mercati. Nonostante le rassicurazioni della Commissione europea, si teme infatti che il rischio di insolvenza possa allargarsi ad altri paesi europei, in primis Portogallo e Spagna. Ipotesi che viene confermata anche dall’economista, ed ex ministro delle Finanze, Francesco Forte, che in questa intervista ci spiega che un fallimento di Grecia e Portogallo potrebbe addirittura rafforzare l’euro.

Professore, la Germania sembra pronta a fare il primo passo in aiuto della Grecia. Siamo vicini a una soluzione del problema?

La Germania può anche concedere questo prestito, ma credo che le cose non cambieranno molto, perché adesso è a rischio anche il Portogallo. Non esiste nemmeno la possibilità di espellere un paese dall’euro e nemmeno la Grecia può scegliere di uscirne. Penso che la Grecia possa benissimo fallire pur rimanendo nell’euro. In questo caso le banche che hanno prestato soldi ad Atene prenderanno una bella scottatura.

Ritiene quindi che sia un errore aiutare la Grecia?

Mi sembra che questa spirale di pietà sia sbagliata. Nell’area euro, del resto, ciascuno risponde per sé e non si può sovvenzionare chi sbaglia. Non riesco a capire questa teoria per cui in un’area come l’Unione monetaria tutti devono rispondere per gli errori di uno: non è giusto e non è equo.

Dunque meglio un fallimento della Grecia…

La Grecia probabilmente fallirà perché è stata spensierata. Il vero problema per Atene non è rappresentato dal debito pubblico, ma dalla bilancia dei pagamenti. Infatti ha un passivo della bilancia dei pagamenti pari al 4% del Pil. In sostanza, la Grecia non ha i soldi per rimborsare il prestito estero (contratto in particolare con Francia e Germania) e se si trova in questa situazione è colpa sua.

Cosa intende dire?

Il suo comportamento è stato assurdo. Penso che nessuno sappia che la Grecia lo scorso anno aveva una pressione fiscale pari al 37% del Pil, mentre in Germania è al 42,5%, in Italia supera il 43% e in Francia viaggia intorno al 44%. Atene avrebbe quindi fatto meglio a portare la pressione fiscale nella media europea alzandola almeno di 5 punti percentuali.

Cosa accadrebbe nel caso la Grecia dichiarasse il fallimento?

Dato che il prestito che verrà prossimamente erogato è ultra-garantito, immagino che la Grecia non rimborserà totalmente quelli precedenti. Nel caso di default, il debito pubblico greco diventerà insolvibile A quel punto si passerà alla ristrutturazione del debito, come già successo con paesi in difficoltà come l’Argentina.

Non esiste una via d’uscita diversa?

Dovrebbe avvenire il contrario di quel che sta accadendo. La Grecia dovrebbe prima varare le riforme, cominciare a mettere i conti in ordine, e solo dopo aver stabilizzato la situazione chiedere un prestito per far fronte a una difficoltà momentanea. Questo la renderebbe credibile. Invece siamo in una situazione in cui abbiamo scoperto che hanno barato due volte sui bilanci pubblici, ancora non hanno varato una riforma seria per il contenimento della spesa pubblica e in più sta venendo fuori che le potrebbero servire fino a 100 miliardi di euro. Come possono essere credibili? Il Premier greco Papandreou non è credibile, perché è andato al Governo con un programma in cui prometteva rose e fiori e non austerità.

Secondo lei c’è un rischio di contagio in altri paesi europei come il Portogallo?

Naturalmente. Il Portogallo dovrà adesso dimostrare di essere credibile. Il problema è che ha da poco varato una manovra correttiva di bilancio e pare che non sia in grado di portarne a termine un’altra che sarebbe necessaria.

E il contagio potrebbe estendersi oltre?

Il Portogallo è sotto tiro pur avendo un debito pari al 77% del Pil. La linea tedesca, che nessuno ha capito, è ovvia e logica. Per quanto grossa sia, la Germania non è in grado di aiutare nessun altro oltre alla Grecia. Se le cose andranno male, il Portogallo chiederà di essere aiutato. Poi toccherà alla Spagna e forse qualche aiuto lo si potrà ancora dare. Quando poi toccherà all’Italia non credo che ci saranno ancora soldi per concedere prestiti.

Dunque anche l’Italia è a rischio?

Sì, anche l’Italia è nell’occhio del ciclone. Rispetto alla Germania abbiamo già perso un punto di interesse sui titoli di stato. Infatti, il rendimento sul debito tedesco è sceso di mezzo punto e quello sul nostro debito si è alzato di mezzo punto. Il nostro problema è che nessuno può concederci un prestito, anzi ce lo vengono a chiedere. Poi ci sono situazioni assurde che non ci aiutano.

Quali?

In Italia si sta discutendo se Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, debba lasciare la sua carica o meno dopo che Italo Bocchino, vicepresidente, ha rassegnato le dimissioni. Queste sono cose che pesano poi sul nostro rating. Se Cicchitto dovesse dimettersi chi andrebbe a spiegare alle agenzie di rating che si tratta di una lite di corrente? La finanza internazionale penserebbe che il Governo Berlusconi è in crisi e non ha più il controllo dei deputati che dovrebbero sostenerlo. Non dimentichiamo che inglesi e americani ci guardano malignamente, vorrebbero farci fare brutta figura, dato che anche loro sono nei guai con il debito, vorrebbero che fossero gli altri paesi ad affondare per primi.

Come può difendersi l’Italia?

Per fortuna Tremonti finora ha agito bene e adesso bisogna tenere i denti stretti. Quello che ci servirebbe è una Repubblica presidenziale. Dato che non l’abbiamo, occorre avere un Governo forte, con maggiori poteri in ambito economico, anche se presumo che Napolitano non mancherà di firmare decreti d’urgenza per salvare il debito pubblico. Purtroppo ci sono stati errori in passato non da poco.

A che cosa si riferisce?

Napolitano ha sbagliato a non firmare il decreto sull’arbitrato relativo all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Questo ha indebolito il Governo in un campo delicato. Non dovremmo inoltre avere chi dice che non è il momento per una riforma delle pensioni o chi vuole una riduzione delle imposte sul reddito o una tassa più alta sui patrimoni. Non dovremmo infine avere chi vuole un partito del Sud per chiedere più fondi a Roma o chi richiede un contratto nazionale di lavoro unico con un minimo salariale garantito.

Ieri Umberto Bossi ha detto che senza il federalismo fiscale l’Italia farà la fine della Grecia. Cosa ne pensa?

Il federalismo fiscale fatto come l’intende la Lega con i suoi messaggi non funziona. Scuola e sanità possono passare alle Regioni, modificando per il momento solo poco il sistema tributario, che va adattato mano a mano alla responsabilità, senza toccare l’imposta personale sul reddito che deve servire a finanziare il debito pubblico. Agli enti locali vanno dati più mezzi per accertamenti tributari autonomi nel campo della tassazione indiretta. Bisogna fare il federalismo con l’idea che il Sud spenderà di meno, non con l’idea che il Nord pagherà di meno. In questo modo il bilancio avrà meno debiti. Il federalismo va fatto con gradualità, perché gli osservatori internazionali, per usare un termine banale, non sanno l’italiano. Loro vedono solo se lo Stato ha o meno i mezzi per pagare il debito pubblico.

Dunque una grande responsabilità della situazione in cui ci troviamo è anche della finanza?

La finanza fa il suo mestiere, seppur sbagliato. Le banche che giocano al ribasso, in realtà sarebbero ben felici che arrivasse qualcuno a salvare la Grecia. Noi dovremmo avere i parametri patrimoniali per chi fa queste operazioni. Attualmente invece queste transazioni non hanno quasi costi, perché si fanno sugli spread, sui derivati, senza necessità di avere in mano i titoli di stato. Non esistono quindi limiti a queste operazioni. C’è un sistema sregolato di speculazione internazionale.

Lei crede che l’euro sopravviverà?

L’euro senza Grecia e Portogallo funzionerebbe meglio. Ciò non toglie che la moneta unica può sopravvivere benissimo con il loro fallimento, anzi credo che si rafforzerebbe. L’Ue avrebbe dovuto dire che la socialità è un modo di distribuire fette di torta che esistono, non quelle che si vorrebbero e che sono immaginarie. Invece ha cincischiato sui rapporti debito/Pil, anziché prendere misure per evitare, per esempio, che le famiglie si indebitassero così tanto.

(Lorenzo Torrisi)

Sugli abusi sessuali, ogni generalizzazione è indebita {0}

 Pubblichiamo  uno stralcio dell’intervento del segretario generale della Conferenza episcopale italiana, vescovo Mariano Crociata, alla riunione della Commissione presbiterale italiana.

di Mariano Crociata

L’educazione umana e quella cristiana sono tra loro in un rapporto molto stretto, anche se non vanno confuse, così che un percorso educativo esemplare dà forma indivisibilmente ad un buon cittadino e ad un vero cristiano. Come presbiteri, dunque, abbiamo la responsabilità di avvertire l’intreccio di motivi apparentemente distanti in un servizio ministeriale che edifica la comunità ecclesiale facendo crescere mature persone credenti.
La composizione dei diversi apporti così segnalati dentro un unitario e convergente progetto educativo ecclesiale lascia intravedere un cammino fecondo per i prossimi anni, affidato alla nostra responsabilità e al nostro impegno. Una prospettiva non difforme disegnano altri momenti e temi significativi della vita della Chiesa in Italia. Un primo evento è costituito dal procedere coinvolgente e sistematico della preparazione della prossima Settimana Sociale, in programma dal 14 al 17 ottobre a Reggio Calabria, di cui è imminente la divulgazione del documento preparatorio. Un secondo momento riguarda la pubblicazione del “Vademecum per la pastorale delle parrocchie cattoliche verso gli orientali non cattolici” (23 febbraio 2010).
Mi sembra importante accennare anche ad una questione che travaglia ormai da decenni la nostra società e che tocca mentalità e cultura diffuse nel nostro Paese:  mi riferisco al tema dell’aborto, nel quadro vasto e complesso dell’accoglienza della vita e dei problemi di tipo bioetico ad essa connessi, a cui non ha mancato di fare ripetuti riferimenti Benedetto XVI nel suo magistero anche recente. Ho voluto richiamare questo punto perché proprio nell’ultimo periodo è stato autorizzato l’uso della pillola ru486, seppure solo in regime ospedaliero. Inoltre è nota la produzione di farmaci il cui effetto consiste nel cancellare preventivamente ogni traccia di eventuale concepimento, con il risultato che la donna che ha assunto tali sostanze non saprà se sia avvenuta una fecondazione.
La questione educativa è a suo modo interpellata dai gravi e tristi episodi di pedofilia che hanno coinvolto alcuni ecclesiastici e hanno suscitato una vasta eco mediatica. Probabilmente siamo ancora condizionati dalla impressione suscitata dal flusso continuo di notizie e commenti. Tuttavia, sia pure consapevoli della delicatezza e della complessità del tema, dobbiamo cercare di condurre una riflessione pacata e il più possibile oggettiva. Il rischio è quello delle estremizzazioni e degli unilateralismi:  da una difesa per partito preso e dalla giustificazione assolutoria al colpevolismo e al giustizialismo. Bisogna anzitutto correggere, tra i tanti, un luogo comune ricorrente, che vorrebbe il magistero ecclesiastico fino all’altro ieri tollerante verso certe pratiche, quando invece la condanna esplicita della pedofilia non è cosa di oggi, ma va ricondotta almeno a documenti del 1922 e del 1962, che ne stigmatizzavano in maniera inequivocabile la natura criminosa e aberrante. Chi ha favorito atteggiamenti di indulgenza o pratiche di rimozione non ha mai applicato direttive di Chiesa, ma semmai le ha tradite, stravolgendo la doverosa riservatezza in complice copertura.
Senza dubbio c’è stata una evoluzione nella sensibilità sociale, che ha portato da un lato ad una più netta e condivisa percezione della inaudita gravità della pedofilia e dall’altro all’esigenza di una totale trasparenza nella individuazione e nel contrasto di comportamenti e responsabilità. Si tratta di una evoluzione positiva, che ha trovato una risposta adeguata e pronta nei documenti emanati sotto il pontificato di Giovanni Paolo ii, e, più recentemente, nella “Lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda” (19 marzo 2010) di Benedetto XVI e nella “Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della Fede riguardo alle accuse di abusi sessuali” (12 aprile 2010).
Bisogna dire però che l’evoluzione della sensibilità comune si muove, purtroppo, dentro una interna contraddizione etica e culturale che non può essere occultata. Infatti, pur senza evocare le posizioni estreme di chi vorrebbe legittimare dal punto di vista culturale la pratica della pedofilia e avendo presente la diffusione incontrollata di pratiche e di immagini connesse con la pedofilia, non è improprio osservare che la cultura pansessualistica ed edonistica tanto diffusa non aiuta certo a sviluppare il senso del rispetto delle persone, specialmente delle più fragili e indifese, ridotte a oggetto di desiderio e di piacere.
Posto che un solo caso di pedofilia è già di troppo, in qualsiasi ambiente, un tale comportamento è doppiamente condannabile quando a metterlo in atto è un uomo di Chiesa, un prete, una persona consacrata. Per questo non basta dire che, in proporzione numerica, i casi di pedofilia tra il clero sono uguali o addirittura inferiori a quelli che si verificano in altre categorie di persone. Non possiamo infatti sorprenderci se la reazione di fronte ad abusi commessi da ecclesiastici è stata così forte. Noi stessi siamo cultori della grandezza e della elevatezza del ministero che ci è stato affidato, e desideriamo diffondere questo senso di sacralità nei fedeli e attorno a noi:  è comprensibile che chi ci incontra si aspetti dal sacerdote un comportamento corrispondente. La rabbia e l’amarezza hanno un significativo rapporto con la consapevolezza dell’alta qualità morale e umana del clero, nonché con l’affidabilità maggiore da noi offerta e attesa dagli altri, particolarmente in rapporto ai minori consegnati alla nostra guida e alla nostra responsabilità educativa. Le aspettative più alte alimentate dal nostro ministero rendono smisuratamente più intollerabile e condannabile un tradimento così grave e devastante.
Detto questo, è doveroso aggiungere che ogni generalizzazione è indebita, e precisamente nelle due direzioni:  nel far credere che in ogni prete si celi un potenziale pedofilo o, all’opposto, nel supporre che le accuse di pedofilia siano soltanto il frutto di un complotto architettato contro la Chiesa. Il fatto che qualche giornale o gruppo di pressione abbia intentato una campagna denigratoria, prendendo spunto da alcune notizie, non può far concludere che si tratti soltanto di una montatura mediatica. D’altra parte, l’emergere di casi puntuali non può dare adito a giudizi sommari, di per sé sempre superficiali. È necessario, invece, attenersi il più possibile ai fatti, senza lasciarsi sopraffare dal clamore delle notizie ad effetto né da un acritico garantismo, profondamente ingiusto rispetto alle vittime, che sono – non dimentichiamolo – nostri fratelli e sorelle nella fede e nella Chiesa.

Perché la battaglia contro i preti pedofili è una battaglia per eliminare il cristianesimo {0}

Invettiva cristianissima contro l’Europa pedofoba e il mondo infanticida

di Francesco Agnoli. Articolo tratto dal Foglio on line

Ogni due o tre mesi mi scrive un amico, missionario in Africa, don Giuseppe Ceriani. Per parlarmi della chiesa di là, delle sue tribolazioni, delle sue attività, delle sue lotte. L’ultima sua lettera è datata Quaresima-Pasqua 2010. Leggendola non sembra che laggiù siano filtrate le notizie che occupano la stampa europea in questi giorni, con soverchia e sospetta abbondanza. Forse in Africa non si sa nulla della battaglia che il vecchio continente ha ingaggiato da tempo con la sua storia e le sue radici. Una battaglia che è sempre più grottesca, perché vede gli araldi del nichilismo, soprattutto quello sinistro, combattere una santa crociata contro i preti pedofili. Non, si badi bene, per sbarazzarsi di loro, come è giusto, ma per sbarazzarsi, tout court, del cristianesimo, e magari, relativisticamente, anche dell’idea di bene e male.

L’Europa che apostata ogni giorno, deve farlo trovando nobili giustificazioni, dandosi un tono. L’Europa che massacra i suoi figli nell’utero materno, a milioni; che distrugge i bambini già nati combattendo ogni giorno la famiglia (quintuplicati i divorzi, nella mia regione, in trent’anni); l’Europa che sperimenta sugli embrioni, che commercia ovuli e spermatozoi come fossero caramelle, che tenta di clonare l’uomo massacrando centinaia di esseri umani allo stato iniziale, che ingravida le donne single e le coppie omosessuali, negando ai figli che nasceranno il padre o la madre… L’Europa, l’occidente, che permettono le mamme-nonne, che fanno nascere figli già orfani con la fecondazione post mortem, che congelano gli embrioni sotto azoto liquido e che infangano la vita di milioni di ragazzi col sesso precoce, la pornografia, lo scandalo continuo; l’occidente “no child”, che predica la “crescita zero” per non inquinare; che “aiuta” i paesi poveri coi preservativi e l’aborto; che vede crescere ogni giorno il ricorso alla sterilizzazione, gli alberghi e i luoghi di villeggiatura dove sono verboten i bambini; l’Europa che apre all’eutanasia dei fanciulli malati e che anestetizza e lobotomizza i suoi figli con la Tv, il tempo pieno, la realtà virtuale, svariati impegni extrafamiliari e mille altri sotterfugi per non avere impicci…

Ebbene questa Europa nemica dei bambini, bambino-fobica, handi-fobica, famiglio-fobica, finge di battersi in difesa dei più piccoli, se questa battaglia può servire a infangare la chiesa nel suo complesso, come istituzione, come storia, come tutto. Finge di farlo, e con grande e prolungato clamore, salvo poi tacere sui milioni di europei (di cui circa centomila italiani) che praticano turismo sessuale a danno di bambini asiatici, latini o africani; sui quarantuno mila casi di violenze sui minori che vengono registrati ogni anno in Italia secondo una ricerca presentata allo Iulm di Milano nel 2007; sul boom di pedopornografia che invade la rete ogni giorno di più, senza quasi nessuno che la ostacoli.

Don Giuseppe, dicevo, non sembra sapere nulla. Si limita a raccontarmi per lettera quello che fa là, a Nairobi, dove ha già preso, in passato, la malaria e una malattia che gli ha riempito le budella di trenta chili di una strana mucillagine, che però non ha infrollito la sua tempra di uomo di Dio. Cosa mi racconta, dunque, dal Kenya? “Caro Francesco, il Signore cammina con noi sulle strade di Ongata Rongai dove da alcuni mesi sta sorgendo un orfanotrofio per accogliere almeno cento bambini/e sotto i dieci anni. Molti di essi sono stati coinvolti nella tragica pandemia dell’Aids. In un’area accanto sorgerà anche un ospedaletto diurno, una specie di pronto soccorso per bambini. E sarà una grazia per questi poveri”. Qui, continua, la società è vessata da mali di ogni tipo, vecchi e nuovi: tribalismo, spiritismo, stregoneria e corruzione. Per questo a Lamet i fratelli delle Scuole cristiane assistono cento ragazzi/e “che vengono da varie etnie con esperienze di enorme indigenza e sofferenza”.

A Burgheri, invece, “sta sorgendo una scuola superiore per ragazze”, per quelle femmine che qui sono spesso trattate come oggetti e che invece i missionari vogliono nobilitare, insegnando loro un mestiere, a leggere e a scrivere. “L’area fu al centro di scontri tribali del 2008. Ora che la calma sembra tornata, abbiamo ripreso le costruzioni. A fine febbraio sono state costruite due aule”. La lettera continua e parla delle altre iniziative: scuole, ospedali, centri, soprattutto, per ragazzi, orfani, abbandonati, malati… di cui nessuno, spesso per povertà ma anche per superstizione, vuole prendersi cura. Mentre leggo penso: forse un domani anche gli africani, quando avranno la pancia piena, impiccheranno la chiesa ai peccati, pur gravissimi, di qualche suo figlio, e dimenticheranno tutti coloro che invece l’hanno amata e soccorsa anche a rischio della vita, perdendo, evangelicamente, la propria esistenza. Ma intanto non posso fare a meno di notare che quello che accade a Nairobi, avviene in tutta l’Africa. Non sono fedeli di Cristo, soprattutto, quelli che portano lì aiuti, medicine, civiltà, speranza, mentre i figli di Mammona, che vengono spesso dalla stessa Europa, cercano l’oro e gli affari?

Non è stato così anche per l’Europa, un tempo? Chi ha costruito le ruote degli esposti, gli ospedali, le scuole per i bambini, anche quelli poveri, nel Medioevo? Chi ha edificato moltissime delle nostre scuole professionali per salvare milioni di ragazzi, nell’Ottocento, dallo sfruttamento nelle industrie? Chi ha insegnato all’Europa il rispetto per i bambini? Chi ha imposto piano piano l’idea che le spose devono essere consenzienti, spostando gradatamente l’età del matrimonio un po’ “pedofilo” dell’antichità, sin dall’epoca di Costantino? Ricordiamo per un attimo cosa fu il mondo antico, precristiano. A Roma, a Sparta, ad Atene, presso tutti i popoli, i bambini malformati, handicappati, non voluti, venivano uccisi, fatti schiavi, venduti come cose. Non solo di fatto, ma anche in linea di diritto. Era normale. In tanti casi, presso i greci, presso i popoli nordici, presso i fenici, dei bambini venivano sacrificati alle divinità per chiederne il favore, come succede ancora oggi in Africa o in India (lo ha scritto Libero, 13/03/2010).

Il cristianesimo arrivò portando la nozione di sacralità della vita. Additando a tutti un Cristo bambino; predicando il rispetto dell’infanzia fino ad allora così poco considerata. Spiegando che Dio stesso si era fatto piccolo. Noi, scrivevano i primi cristiani, Giustino, Tertulliano e tanti altri, non uccidiamo i nostri figli e non li abbandoniamo lasciando che vengano sbranati dalle belve.
Così, dicono gli storici, il cristianesimo costruì i primi orfanotrofi, sostanzialmente sconosciuti sino ad allora. Così trovarono una casa gli abbandonati, i milioni di “Marcellino pane e vino” della nostra storia che ancora oggi portano nel cognome il ricordo di quella carità cristiana che li salvò: gli Esposito, i Diotallevi, i Fortuna, i Fortunato, i Proietti, i Casadei. Trovarono asilo prima negli orfanotrofi fondati dalle imperatrici e dalle matrone romane convertite, poi in strutture come quella dell’arciprete milanese Dateo, dove venivano accolti bastardi, orfani, handicappati, nel secolo VIII; poi, ancora, nelle case fondate dalle confraternite o negli ospedali, come quello fiorentino degli Innocenti, in cui ai bambini erano dedicati strutture, personale specifico e soldi per costruirsi, una volta cresciuti, il futuro.

Così recita l’Enciclopedia Treccani alla voce “orfanotrofio”: “Sorti fin dai primi tempi del cristianesimo attraverso la paternità adottiva, mantenuti dalle offerte dei fedeli e sorvegliati dai sacerdoti, gli orfanotrofi ebbero dai primi imperatori cristiani non pochi e notevoli privilegi”. Oggi magari ce ne dimentichiamo, perché da noi gli orfanatrofi sono sempre meno: ci si disfa del problema alla radice. Ma la predilezione cristiana per i più piccoli non è venuta meno: nell’Inghilterra laica e anglicana un terzo degli orfanotrofi odierni è gestito da ordini religiosi cattolici. In Africa, dove la poligamia, la povertà e le malattie colpiscono soprattutto i bambini, gli orfanotrofi sono numerosissimi e hanno nella quasi totalità dei casi un’origine religiosa.

Nella Cina non cristiana, dove l’infanticidio di massa, potenziato dal regime maoista, è sempre esistito, la piccolissima minoranza cattolica, come raccontava Tiziano Terzani su Repubblica il 20 giugno 1984, prima della rivoluzione comunista gestiva oltre duemila scuole, duecento ospedali e più di mille orfanotrofi. A rischio spesso dell’odio xenofobo cinese, esploso poi all’epoca di Mao, che chiuse tutto accusando le suore “di aver ucciso i bambini e la chiesa di essere sovversiva”. Ancora oggi missionari cristiani laici e religiosi giungono in Cina da tutto il mondo per raccogliere sulle strade bambini abbandonati e lasciati morire di fame. Un caro amico, Francesco, mi ha raccontato questa terribile realtà, dopo aver trascorso un’estate in Cina con alcuni sacerdoti lombardi ad aiutare il creatore di uno di questi istituti per l’infanzia abbandonata. Francesco ci è andato dopo che Giulia, sua sorella e mia alunna, era stata alcuni anni prima, con altri missionari, in Romania, a fare scuola e a dare un po’ di affetto ad alcuni dei migliaia e migliaia di orfani romeni abbandonati, costretti a vivere nelle fogne, spinti alla prostituzione minorile e alla delinquenza.

Chi li aiuta, gli orfani dell’est Europa? Hans Küng, Corrado Augias, Vito Mancuso o il patron di Repubblica? La rivista Left, che fa copertine in cui compare un prete e la scritta, grande, “Predofili”, quasi a suggerire una equivalenza tra sacerdozio e pedofilia? No, migliaia e migliaia di associazioni e gruppi sorti molto spesso dal volontariato cattolico (o protestante), legati alle parrocchie, che finanziano ospedali pediatrici, ospitano ogni anno in Europa i bambini di Cernobyl, diffondono la pratica dell’adozione a distanza… Come l’associazione di don Antonio Rossi, “Chiese dell’est”, che ha appena lanciato un programma di adozione a distanza di bambini russi e ucraini, spesso “liberati dagli orfanotrofi statali (alle volte autentici lager)”.
Alcuni anni fa, nel 2002, il patriarcato ortodosso di Mosca fece un documento in cui registrava allarmato che la minoranza cattolica si prende cura di troppi bambini e adolescenti, “soprattutto negli ospedali, nelle scuole secondarie e negli orfanotrofi”. “Sotto il pretesto delle cure degli orfani, recitava il documento, e dei bambini senza casa i cattolici (soprattutto rappresentanti di ordini religiosi femminili) coltivano una nuova generazione di cattolici adulti”.

Cosa accade, invece, in India, paese in cui la vita dei bambini, specie quella delle femmine, non vale gran che? In cui gli infanti vengono uccisi a milioni e la prostituzione infantile, secondo la “Storia dell’infanzia” della Laterza (vol. I, p. IX), riguarda circa quattrocentomila soggetti? E’ dall’opera di madre Teresa che sono nati orfanotrofi, asili, lebbrosari, case di accoglienza per anziani, ragazze madri, moribondi. In un crescendo di opere stupende che si sono diffuse poi in tanti altri paesi del mondo, talora nonostante l’opposizione dei governi. Opere che qualcuno fa presto a dimenticare, accecato dall’odio ideologico. Ma forse, se mandassi queste mie brevi e indignate considerazioni a don Giuseppe, mi risponderebbe: “Sì, caro Francesco, ma la barca di Pietro, oggi, è nella tempesta, anche per causa di tanti suoi uomini indegni, non solo pedofili, ma anche politicanti, mondani, pavidi, tiepidi… Forse Dio si servirà delle critiche e dell’odio strumentale di tanti ipocriti, per rimettere la sua barca, santa, sulla giusta rotta. Forse farà capire a tanti vescovi che devono tornare a fare i pastori, anzitutto dei loro sacerdoti: meno chiacchiere, meno convegni, meno interviste ai giornali sui fatti di cronaca… Più preghiera, più attenzione nei seminari, più spirito soprannaturale”.

Testimoni digitali {0}

Il Santo padre ha parlato a proposito dei nuovi media al convegno nazionale “Testimoni Digitali”che si è svolto il 24 aprile scorso. Riportamo alcuni stralci e rimandiamo al discorso intero (.doc)

Eminenza,
Venerati Confratelli nell’episcopato,
cari amici,
sono lieto di questa occasione per incontrarvi e concludere il vostro convegno, dal titolo quanto mai evocativo: “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale”. Ringrazio il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Angelo Bagnasco, per le cordiali parole di benvenuto, con le quali, ancora una volta, ha voluto esprimere l’affetto e la vicinanza della Chiesa che è in Italia al mio servizio apostolico. Nelle sue parole, Signor Cardinale, si rispecchia la fedele adesione a Pietro di tutti i cattolici di questa amata Nazione e la stima di tanti uomini e donne animati dal desiderio di cercare la verità.

Il tempo che viviamo conosce un enorme allargamento delle frontiere della comunicazione, realizza un’inedita convergenza tra i diversi media e rende possibile l’interattività. La rete manifesta, dunque, una vocazione aperta, tendenzialmente egualitaria e pluralista, ma nel contempo segna un nuovo fossato: si parla, infatti, di digital divide. Esso separa gli inclusi dagli esclusi e va ad aggiungersi agli altri divari, che già allontanano le nazioni tra loro e anche al loro interno. Aumentano pure i pericoli di omologazione e di controllo, di relativismo intellettuale e morale, già ben riconoscibili nella flessione dello spirito critico, nella verità ridotta al gioco delle opinioni, nelle molteplici forme di degrado e di umiliazione dell’intimità della persona.  Si assiste allora a un “inquinamento dello spirito, quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia…” (Discorso in Piazza di Spagna, 8 Dicembre 2009). Questo Convegno, invece, punta proprio a riconoscere i volti, quindi a superare quelle dinamiche collettive che possono farci smarrire la percezione della profondità delle persone e appiattirci sulla loro superficie: quando ciò accade, esse restano corpi senz’anima, oggetti di scambio e di consumo…

Quando la scienza è alleata di Dio {0}

Dio esiste ecco le prove – di René Laurentin. Titolo impegnativo per un libro di meno di duecento pagine nelle quali si tocca il tema dell’esistenza di Dio sotto l’aspetto prima scientifico, poi filosofico e teologico.

Sono trascorsi circa dieci anni dalla prima uscita di questo libro, ma il suo messaggio è ancora vivo e attuale. Specialmente per chi, ancora oggi, vede la fede e la scienza come due realtà antagoniste, inconciliabili, che ci impongono di schierarci dalla parte dell’una o dell’altra.

Certo, la religione e le scienze sono protagoniste di un perenne confronto; ma questo termine può essere considerato un sinonimo di “scontro”? In realtà, esso è piuttosto l’opportunità di un dialogo profondo, in grado di arricchire entrambe le parti: la fede dona un senso e un orientamento etico alla ricerca scientifica che, con le sue scoperte, ci mostra tutte le meraviglie della creazione.

Laurentin abbraccia questa tesi, e desidera dimostrare come tutto converga verso Dio, incluse le leggi matematiche. Per farlo, guida il lettore in un viaggio affascinante, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, cercando gli indizi che ci portano al Creatore.

Se inizialmente, e specialmente nell’età illuminista, la scienza era nata per contrapporsi alla fede, deve chinare il capo di fronte al Mistero: è riuscita a spiegare come funzionano il mondo e i fragili meccanisimi vitali, ma non sa dire nulla sul perchè. E i più razionalisti, pur di preservare il presunto ateismo della scienza, si appellano affannosamente al caso, spiegando che la vita sulla terra è frutto di una pura coincidenza. Si tratta di un dubbio che, talvolta, può attanagliare anche i cattolici: ma questo libro, con implacabile serenità, smonta questa ipotesi pezzo dopo pezzo: il mondo che ci è stato donato, e il nostro stesso organismo, è programmato fin nei dettagli più insignificanti: una complessità troppo articolata, troppo perfetta per essere figlia della fatalità. Anche il più accanito sostenitore del caso, giunto all’ultima pagina, dovrà sospettare che vi sia una mente, nonché un progetto d’amore, alla base della nostra esistenza.

Consiglio questo libro a tutti, atei e credenti, perchè è difficile non coglierne i meriti, quali il rigore filosofico e le ricche argomentazioni. E, soprattutto, la capacità di rapire l’interesse del lettore, per stimolarne la curiosità verso i fenomeni scientifici. Dimostrando che, collocata nell’amorevole progetto di Dio, anche la più arida legge fisica diventa un prodigio affascinante.